Chi ha paura di Airbnb?

Di recente osservavo in uno dei meetup con gli host milanesi e romani come nessun partito politico in Europa abbia inserito nel programma per le prossime elezioni un qualche argomento su Airbnb, nè pro nè contro. Questo nonostante il suo evidente impatto sociale ed economico nelle capitali ed in tutte quelle località comunque strategiche per business o turismo. Questa prudenza/ assenza di comunicazione si osserva del resto anche sui media in generale sui quali se ne parla comunque poco o niente e quando capita l’opinione espressa o indotta è quasi sempre critica se non proprio negativa.

Quando si tocca l’argomento Airbnb infatti viene spesso applicata una strategia per cui qualunque tesi a suo favore è opinabile e/ o impraticabile in nome dell’evasione fiscale e delle implicazioni urbanistiche/ commerciali che questo modello andrebbe a creare nelle città, ed in ultima analisi perchè in fondo si farebbe comunque l’interesse di una multinazionale americana contro quello della piccola media industria italiana del turismo.

Del resto non a caso la necessità di “buona stampa” era l’argomento emerso l’estate scorsa (2018) in un incontro a due con Alessandro Tommasi nel nuovo ufficio milanese di Airbnb. Nell’occasione stavamo commentando l’impatto mediatico di un articolo che citava una ricerca dell’Università di Pisa sulla gentrificazione indotta da Airbnb nei centri urbani in Europa. L’argomento era stato ripreso da diversi giornali e quindi in televisione sempre riferito a questa ricerca universitaria che dava evidente credibilità alla tesi. Approfondendo quest’ultima però si scopriva che tutto lo studio nella sua interezza si riferiva ad una analisi specifica su capitali europee (Parigi, Berlino, Amsterdam…) e non aveva mai preso minimamente in considerazione il territorio italiano verso il quale però venivano proiettate dai commentatori tutte le possibili risultanze negative della ricerca.

Una delle cause di questa visione unilaterale spesso proprio “fondamentalista” è che se non conosci Airbnb almeno un po’ dall’interno ti mancano del tutto gli argomenti a suo favore, ma gli operatori che ci lavorano tutti i giorni, e lo conoscono bene, sono i primi che non ne parlano al di fuori della propria “community” perché in fondo tutto desiderano tranne che richiamare nuova concorrenza in un mercato oggettivamente già piuttosto affollato. Questo porta al paradosso che se da una parte ci sono albergatori e B&B che hanno le loro ragioni per osteggiare il modello di ospitalità e di business di Airbnb anche dall’altra parte, quella delle centinaia di migliaia di operatori e famiglie che lo sperimentano e lo apprezzano, difficilmente si levano argomenti in sua aperta difesa, proprio per evitare di attirare l’attenzione di nuovi potenziali concorrenti.

E quindi siamo ancora qui seduti ad aspettare l’alba di un futuro possibile dove Airbnb, o altri modelli di vendita equivalenti, trovino diffusione “sociale” ed un riconoscimento positivo. Questo scenario però non trova mai un vero paladino, uno scudo sul quale trovare pace, un partito o un movimento che lo sventoli una volta tanto come opportunità non come pericolo. Macché, la politica forse non ha ancora capito se siano di più i voti che perderebbe nell’area commerciale degli albergatori e dei B&B o quelli che acquisirebbe freschi freschi dal nuovo sociale che avanza… e forse non hanno torto perché in fondo l’Italia è uno strano Paese dove per progettare il futuro si guarda più spesso indietro che davanti.

E’ probabile che si consideri comunque destabilizzante uno strumento che porta cittadini e famiglie a sperimentare una vera autonomia commerciale ed economica seppure limitata e regolamentata. In altre parole: fa paura!

Maurizio Beolchini

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